RITRATTO
DI ZIA REMONDICA



MENDICANTI


AUTORITRATTO
CON CAPPELLO NERO



DONNE
DI SANT'ANTIOCO
 

I due Dessy

Dunque, la mostra presenta un Dessy per molti versi nuovo e sconosciuto. Il pubblico vede in lui soprattutto il pittore di fiori e di paesaggi e l’idillico acquafortista degli anni Cinquanta: sono questi gli aspetti della sua opera più divulgati, anche a causa dell’attività di una schiera di allievi che, a distanza di mezzo secolo, ancora non hanno cessato di imitarne lo stile e di fungergli da discutibile e distorta cassa di risonanza.

Ma Dessy non è soltanto il poetico evocatore delle campagne sassaresi, l’abile ed elegante creatore di nature morte: è anche, e soprattutto, l’artista ambizioso ed aggressivo, dallo sguardo acuto e tagliente, dalla presa energica sulle cose, dei dipinti giovanili e delle incisioni. Un artista dalla sorprendente carica vitale e dalla volontà di ferro, che in breve tempo arriva a conquistare in Sardegna una reputazione pari a quella dei protagonisti del movimento figurativo locale: a trent’anni, la critica lo colloca tra i capofila della pittura sarda, accanto a colleghi maggiori di lui di una quindicina d’anni come Giuseppe Biasi, Filippo Figari e Mario Delitala.

Una volta raggiunto, verso il 1929, quel traguardo – che coincide significativamente col matrimonio e l’assunzione delle responsabilità di capofamiglia – la tensione e l’aggressività si placano, e mentre la sua vita, cullata dalla certezza degli affetti, inizia a scorrere in un tranquillo tran tran borghese, anche la sua arte assume un tono più calmo e movenze più ampie, passando dal descrittivismo allucinato delle tele degli inizi a un realismo sereno e disteso, dalle ossessive calligrafie delle prime incisioni a un segno robusto, ricco di passaggi chiaroscurali (anche se la fredda lucidità delle opere giovanili riemerge a tratti, inaspettatamente, nel corso degli anni Trenta e Quaranta, ad esempio in un gruppo di belle acquaforti con soggetti di natura morta o nei pungenti ritratti xilografici dei figli Pierluigi e Laura; e più tardi lascerà qualche traccia nel piglio grottesco di una serie di perfidi ritratti femminili dei primi anni Settanta).

Ci sono insomma due Dessy, prima e dopo il 1930. La svolta del 1930 non è unicamente frutto di uno sviluppo individuale; è piuttosto il risultato di dinamiche interne alla situazione artistica nazionale e regionale.

È infatti verso la fine degli anni Venti che dilaga in Italia il movimento novecentista: spente definitivamente le tensioni metafisiche che caratterizzavano i “realismi magici” della prima metà del decennio, si registra un recupero del naturalismo che porta anche a guardare indietro, verso la tradizione ottocentesca.

In Sardegna, col consolidarsi del regime fascista e la piena integrazione dell’Isola nella politica nazionale, si affievolisce il sentimento “sardista” che aveva dominato la cultura locale nei decenni precedenti. Nell’arte, si assiste al tramonto della vivace stagione figurativa d’ispirazione regionalista e folklorista: l’isola favolosa ed esotica, splendente del lusso dei costumi popolari, evocata dalla pittura sarda d’inizio secolo ha lasciato il posto a una terra severa e solenne; le eleganze ornamentali delle Secessioni e del Déco sono state soppiantate da un linguaggio semplice e realistico, non privo di echi classicisti. Dessy partecipa pienamente di questo clima, tanto più che per lui (mai troppo sensibile, anche in passato, al fascino del colore locale) si tratta solo di attutire le asprezze descrittive ed espressionistiche dello stile.