L’arte vera non deve essere: è

di Vittorio Sgarbi

L’immagine che abbiamo della Sardegna è un’immagine deviata in due opposte direzioni: da una parte il paradiso del turismo internazionale dei vip, dall’altra l’inferno del crimine. In mezzo, e su tutto, una terza Sardegna, quella del folklore: il luogo della “carta da musica”, dei nuraghi, di un mondo pastorale che, dalle origini a oggi, ha mantenuto una sua continuità, ma da guardare quasi con lo spirito di un antropologo: la Sardegna come parte primitiva dell’Italia contadina e pastorale.

Nessuna di queste tre Sardegne è vera. La Sardegna vera è luogo di personaggi eroici e tragici, che ha avuto la rara ventura di essere rappresentato nell’arte a un livello talmente alto da farci scoprire quanto siano, se non false, quantomeno riduttive le tre immagini che ne abbiamo.

Se pensiamo all’arte in Sardegna, anzi, all’arte dei sardi, il primo nome che viene alla mente è quello di Sironi, nato a Sassari e con una forte radice negli umori e nello spirito della Sardegna, ma lungamente attivo a Milano e lontano dalla terra d’origine. In Sironi, tuttavia, se da un lato sentiamo la sardità nel suo essere coriaceo, duro, pietroso come nessun altro pittore italiano, dall’altro, del tutto disgiunto com’egli è da ogni memoria locale, non troviamo quell’identità della Sardegna che invece ci appare folgorante e nitidissima in artisti come Melchiorre e Federico Melis, pittori e ceramisti, Francesco Ciusa, scultore, Giuseppe Biasi, pittore.

Osservando le opere di questi artisti ci rendiamo conto di qualcosa che ha insistito affinché rimanessero sardi e la loro inequivocabile grandezza non fosse altrimenti intesa e non uscisse dai confini della Sardegna. Ciò a conferma sia della loro sardità, sia di come essa possa diventare poesia assoluta senza bisogno di spostarla in una dimensione metafisica o idealmente astratta (come nel caso di Sironi), oppure disperderla nell’immagine della Sardegna come continua fonte di folklore, di folklore comunque e ovunque, perfino nel crimine, anche se in una dimensione disperata, tragica (e ovviamente anche in quel ghetto per ricchi che va da Porto Cervo a Porto Rotondo sfiorando Porto Raphael).

A darci l’idea vera della Sardegna viene in soccorso l’arte nella sua essenza stessa, che è capacità e possibilità di far capire un luogo, un pensiero, una civiltà. L’arte sarda può farci superare l’idea di maniera che abbiamo della Sardegna come luogo di felicità incontaminata e contaminata, idea che umilia la grandezza della Sardegna come la potremmo intendere, per esempio, qualora ci allontanassimo dal ghetto dei ricchi e facessimo una sosta nella stazione ferroviaria di Tempio Pausania.

La stazione di Tempio Pausania è una costruzione degli anni Trenta rimasta negli anni Trenta, con trenini da anni Trenta pronti a partire per viaggi da anni Trenta; e con, sui muri, straordinarie immagini epico-liriche. Epiche perché rappresentano una grandezza eroica del mondo contadino, del mondo pastorale; e liriche perché colme di poesia pur nell’apparente realismo. Queste immagini sono l’opera più rappresentativa di Giuseppe Biasi: immagini di un mondo e di una civiltà che è più vera sulla tela (perché di tele si tratta, non di affreschi) che nella realtà, più vera nella rappresentazione del pittore – che sente l’essenza della Sardegna – che nella riproduzione meccanica di comportamenti che sono sardi solo per maniera.

Biasi dipinge il proprio sogno di un mondo contadino meraviglioso, ma non è affatto un pittore folkloristico: è un poeta, ed è contemporaneamente Omero e Saffo, ossia, appunto, epico e lirico insieme. Sente la magia al punto tale che, per definire la sua arte, potremmo usare la formula “realismo magico”, pur non avendo, questo pittore, alcun collegamento con il movimento omonimo, che è una corrente artistica di questo secolo. E’ il sogno della realtà, non la realtà del sogno: il sogno della realtà è ciò che lui vede, ma è pieno di poesia perché Biasi lo sente come l’essenza della condizione sarda, che diventa eterna perché è lì, in quell’opera, con quella tensione, con quella aspirazione, con quella sehnsucht che ne è il senso poeticissimo.

Dalla Sardegna Biasi avrà poi una lunga stagione nel nord Italia, dove tornerà a dipingere i temi che gli sono cari, e lo farà con una qualità pittorica identica a quella dei suoi primi, meravigliosi anni. Ma a quel punto, nel compiacimento per la Sardegna lontana e perciò perduta, diventerà pittore quasi folkloristico perché, non potendola vedere più, vorrà ricordarne umori, sapori, nostalgie. Fintanto che la vede può sognarla, quando non la vede più la deforma e la fa diventare qualcosa che, nella sua ricerca tarda – dopo la stagione africana, pure importante, pur bellissima – è di minor tensione, di minore energia rispetto ai capolavori degli anni Dieci, degli anni Venti, rispetto cioè a quelle opere veramente sublimi che non si capisce per quale mistero o sortilegio non siano diventate patrimonio della grande pittura europea. Di fatto lo sono, ma qualcosa le tiene ancora chiuse e ristrette nella Sardegna.

Se noi diciamo Giuseppe Biasi, diciamo un nome che non suona come De Chirico, Morandi, Campigli; eppure si tratta di un pittore infinitamente più poetico, grazie al fatto di essere privo di ideologia; nei suoi contemporanei celebri c’è infatti “un di più” di pensiero: essi devono essere De Chirico, devono essere Morandi, devono essere Campigli; Biasi invece non deve essere nulla: Biasi è.

L’arte è tanto più vera quando non deve “essere”, e la grandezza di Biasi sta nel fatto che quando si guarda una sua opera si sente che non c’è alternativa a quello che lui, in quel momento, sta facendo. Biasi infatti non dice: faccio Biasi. Morandi dice: faccio Morandi. E se lo dice da solo. De Chirico dice: faccio De Chirico; anzi: lo rifaccio nel 1965 come nel 1915. De Chirico rifà se stesso di quell’epoca. Non gli importa che siano passati cinquant’anni, che la storia sia mutata e che la “necessità” di essere metafisico non ci sia più. De Chirico deve essere De Chirico, e quindi indulge a una maniera di sé che rende falso il vero, tant’è che oggi un suo quadro metafisico del 1965 costa dieci volte meno di uno dell’epoca “alta”, appunto perché è falso pur essendo vero.

Per tutti i pittori del Novecento, c’è un compiacimento di essere se stessi che dissolve la poesia delle rispettive ricerche e poetiche e che li fa diventare, prima ancora che pittori, dei “dover essere” della pittura. Nei capolavori di Biasi, invece, questo compiacimento non c’è: li vedi e sei libero, sei libero da Biasi, vedi soltanto quello che egli vede, senti soltanto quello che egli sente. Biasi vede, trascrive nella propria infinita tensione poetica quello che ha davanti, e non deve essere Biasi. Lo spirito sardo è nel suo essere nato in Sardegna e nel sentire con tutta la vitalità e con tutta la poesia dei sardi ciò che egli vede e rappresenta per noi.

Tanto più è regionale, tanto più Biasi prende le distanze dalle posizioni artistiche che il fascismo considerava ortodosse. Certo, la produzione meno ispirata di Biasi, quella che per esempio ha un ruolo prevalente nella prima metà degli anni Trenta, poteva pure giustificare il sospetto che il folklore dell’artista fosse in effetti diventato folklorismo, rifugio nell’esotismo domestico e negli affetti della propria terra, facile compiacimento per la diversità etnica e culturale della Sardegna. Ma si tratta di valutazioni che possono riguardare un momento, non l’insieme dell’attività di Biasi, a meno che non si voglia ricadere nel cliché critico, nella formula superficiale e pre-confezionata. In realtà Biasi ha praticato con coraggio e coerenza un tipo di arte che ha coscientemente trasgredito non solo i canoni del classicismo neo-latino e modernista cari a Sironi, a Carrà, alla Sarfatti, a Oppo, alla stragrande maggioranza degli artisti italiani che sono stati coinvolti nelle direttive fasciste, ma la stessa ideologia, la stessa retorica propagandistica sostenuta dal regime. Mentre da una parte si celebrava il mito inesistente di una razza invincibile, eroica, ariana, rivolta idealisticamente a imporsi nel presente come nel passato, dedita al culto della grande tradizione greco-romana e rinascimentale, Biasi proponeva il mito molto più dimesso e intimo di una razza che da sempre era stata vittima dei più forti, arcaica, scura e piccola di statura, poco incline a suscitare desideri di affermazione universale. Biasi non concepisce mai questa sua scelta come aperta contrapposizione alle direttive di Roma, ma come contributo a una visione più veritiera dell’ethnos italiano, della “sardità” come razza, cultura e storia speciali fra quelle che compongono la razza, la cultura, la storia nazionale. Biasi, cioè, rifiuta l’omologazione imposta dall’alto, l’annullamento della diversità come motivo di arricchimento invece che d’impoverimento, senza comunque scadere nel dialetto, nel localismo chiuso, retrogrado, eversivo. Essere sardi, appartenere più in generale al meridione del mondo, deve significare non solo essere italiani, non solo essere mediterranei, ma anche stare al passo col mondo evoluto. Allo stesso modo questo artista rifiuta le tentazioni classiciste e neo-accademiche che coinvolgevano buona parte dell’arte “ufficiale” di quegli anni, il primato del disegno e del volume in omaggio alla lezione giottesca o rinascimentale, rimanendo invece fedele a un colorismo d’ascendenza post-impressionista e nordica (che sentiva più moderno del latinismo nostrano), a un formalismo espressivo che rimanda costantemente agli esempi della Secessione internazionale e alle applicazioni che certi stilismi avevano avuto in ambito italiano; quegli stessi riferimenti che fra gli anni Dieci e Venti lo avevano distinto come un pittore straordinario, fra i più brillanti in assoluto del panorama nazionale. Quella di Biasi è sempre una Sardegna che parla un linguaggio aggiornatissimo, quello che avrebbero apprezzato a Parigi, a Vienna, a Londra, a New York più ancora che a Roma. Ed è proprio all’interno di questo connubio fra localismo “ideologico” e internazionalismo stilistico che si spiega la spiccata originalità del contributo artistico e intellettuale di Biasi; la sua emancipazione dalle tendenze nazionali dominanti (in una maniera non troppo dissimile a quella di un avanguardista astratto), la sua ancora sorprendente capacità di essere regionale senza essere provinciale.