STANZA 7
L'AFRICA: ALLE RADICI DEL PRIMITIVO


 
Studio di testa

 


Studio di testa

 


Jazz

 


Jazz

Il soggiorno di Biasi in Africa Settentrionale (1924-1927) rappresenta una fase di riflessione e di intensa sperimentazione. Obiettivo dell’artista è, si legge nei suoi appunti, fare del "Gauguin mediterraneizzato", cercare nell’Africa mediterranea (e non come il francese nel mondo oceanico) le forze rigeneratrici del primitivo. L’Africa è per lui culla delle civiltà e crogiolo delle grandi religioni mondiali. Come la Sardegna, è una terra in cui il primitivo coesiste con l’eredità di secoli di storia. E, come già in Sardegna, Biasi elegge a emblema del Primitivo l’immagine femminile, cui attribuisce però ora nuove connotazioni di carnalità e seduzione erotica. Influenzato dagli stereotipi con cui la cultura occidentale guarda all’Oriente (i suoi dipinti trasportano in diverso contesto scene e situazioni care alla pittura orientalista ottocentesca: l’harem, il bagno, i lunghi ozi, ecc.), sembra però indifferente all’ottica colonialista e imperialista. Anzi, al Cairo entra in rapporto con lo scultore Mukhtar e il pittore Said, protagonisti di un risveglio nazionalista nella cultura figurativa locale e padri fondatori dell’arte egiziana del Novecento; con loro espone, nel 1927, nella storica mostra inaugurale del gruppo "La Chimera".

In Tripolitania e in Cirenaica (1924-1925) esegue opere (Il vasaio, Lo scrivano) ancora legate al "pittoresco" filtrato dalla tradizione orientalista ottocentesca. Una comprensione più profonda del mondo africano emerge in una serie di studi dal vero di neri e di arabi, in cui l’energica costruzione plastica si unisce all’attenzione per la realtà umana dei personaggi. Gli studi di teste formano una galleria di tipi cui Biasi non si stancherà di ricorrere per composizioni di più ampio respiro, e costituiscono una parte importante di quello che si può definire il suo laboratorio di ricerca africano. Accanto ad essi vi è un gran numero di piccole tempere e di disegni di sorprendente libertà fantastica, in cui la realtà araba diventa schermo di proiezione di miti, desideri e fantasie private. Benché la cultura di Biasi sia intrisa di esotismo decadente (dalle suggestioni letterarie di autori come Nerval, Flaubert, Gautier, Loti, a quelle della tradizione figurativa francese da Delacroix a Gêrome), il suo lavoro si discosta dall’accademismo della pittura orientalista ottocentesca: nei sensuali nudi femminili, nelle scene di musica e di danza, di bagno e di toeletta, l’immagine è sottoposta ad arditi processi di semplificazione sulla base delle più varie suggestioni primitive (le maschere africane, l’arte faraonica, Khmer, siamese, indiana) e primitiviste (Matisse, Modigliani, i cubisti, gli espressionisti tedeschi). Rispetto alla forza realistica degli studi di teste e alle audacie formali dei disegni e delle tempere, i grandi dipinti di figura si caratterizzano per un’eleganza ornamentale in piena sintonia con il Déco.

Anche dopo il ritorno in Italia, l’esperienza africana continua a segnare in profondità il percorso di Biasi, che torna ripetutamente sui temi e sulle soluzioni elaborati in questo periodo, con esiti spesso di grande qualità. E’ il caso di molte delle opere esposte nel 1931 alla I Mostra d’Arte Coloniale di Roma (come gli splendidi Jazz), e nel 1934 alla seconda edizione napoletana della stessa mostra.

   
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